29.11.06

'Visconti e la Francia' al Grenoble di Napoli


Giovedì 30 Novembre presso l'Istituto culturale francese di Napoli, alle 15.00 si apre la mostra 'Visconti e la Francia', realizzata in collaborazione con la BIFI della Cinémathèque di Parigi. Dopo la cerimonia di inaugurazione verranno proiettati 'Une partie de campagne', il film di Jean Renoir sul set del quale Visconti lavorò nel 1936 e, a seguire, 'Il Conte rosso', un documentario di Maite Carpio e Daniele Cini realizzato quest'anno per il programma Rai 'La storia siamo noi'. Alle 17.00 si aprirà un seminario sul tema 'Visconti in Francia', a cui interverranno: Danièle Rousselier (direttrice Institute Français Grenoble di Napoli), Augusto Sainati (Università di Napoli “Suor Orsola Benincasa”), Emmanuel Leclercq (Università di Parigi I), Dominique Gendrault (saggista), Ugo Vuoso (direttore Fondazione 'La Colombaia di Luchino Visconti').


Le Grenoble, Institut Français de Naples

Via F. Crispi, 86, 80121 Napoli

(+39) 081 669 665
(+39) 081 761 19 86

[Nella foto, Luchino Visconti durante i sopralluoghi in Francia per il film non realizzato su Proust - 1971]

3.7.06

Dieci anni fa la scomparsa di Goliarda Sapienza


Ricorre quest'anno il decennale della scomparsa di Goliarda Sapienza, la ragazza che nelle sequenze iniziali di 'Senso' si sporgeva dal loggione della 'Fenice' gridando: "Fuori lo straniero da Venezia!". Goliarda, attrice e scrittrice, era nata a Catania nel 1924 e morì a Gaeta nel 1996. Il suo romanzo 'L'arte della gioia' ha avuto un ampio successo di critica dopo la scomparsa dell'autrice.
[Nella foto, Goliarda Sapienza]

19.6.06

Roberto Rossellini alla Mediateca di Pordenone

Il centenario della nascita del grande regista Roberto Rossellini verrà celebrato mercoledì 21 giugno proiettando la versione appena restaurata di 'Francesco giullare di Dio'. Perché è un film che ne incarna – se possibile – l’essenza più profonda, quella diversità così particolare che è stata anche la sola strada da Rossellini indicata per davvero, la marginalità consapevole che ha contraddistinto il suo cinema. Una marginalità che qui coglie nella “follia” del francescanesimo più anticonformista un punto d’approdo. Realizzato nel corso del 1950, quando Rossellini ha già conosciuto – come Karin in Stromboli – l’esperienza dell’emarginazione (dalla critica, dal sistema produttivo del cinema italiano), l’affronta come gli è più congeniale, ovvero accentuandola. Radicalizzando la semplificazione del linguaggio, in sintonia con l’uso libero e spregiudicato che ne va facendo nei coevi film bergmaniani. Rappresentando sullo schermo quelle figure che incarnano la diversità oltre misura, come già la Nannina del 'Miracolo', o i personaggi femminili interpretati da Ingrid Bergman. E i fraticelli del 'Francesco', appunto. Dove per una volta la diversità si fa norma, felicemente. Subito dopo, i diversi torneranno ribelli e verranno rinchiusi in manicomio (accadrà all’Irene di 'Europa ’51', da poco ricomparsa in 'Cuore sacro' di Ozpetek). E Rossellini esplorerà altre nuove strade. Dando ragione a Godard secondo cui là dove gli altri arriveranno forse solo fra vent’anni, Rossellini è già andato oltre.

Elena Dagrada

'Francesco giullare di Dio', di Roberto Rossellini.
Copia restaurata a cura di 'Cinema Forever'.
Ore 21.00 - Cinemazero - Sala Grande.
Ingresso libero.

Il film sarà introdotto dalla dott.ssa Elena Dagrada, dell'Università Statale di Milano, autrice del volume 'Le varianti trasparenti - I film con Ingrid Bergman di Roberto Rossellini' LED, Milano, 2005.

[www.cinemazero.org]

[Nella foto, Vittorio De Sica, Roberto Rossellini e Federico Fellini]

18.6.06

Monfalcone, la Gcac ricorda Luchino Visconti.

La Galleria comunale d'arte contemporanea di Monfalcone intende rendere omaggio, ad un secolo dalla nascita, alla figura di Luchino Visconti, proponendo ''À la recherche d'une beauté perdue: omaggio a Luchino Visconti'', un progetto che si svolgerà lungo un'intera settimana, da lunedì 24 a domenica 30 luglio, prevedendo la proiezione di alcuni celebri film e la presentazione di lavori video che a quelle esperienze cinematografiche possono accostarsi. Della vasta filmografia, tre sono le opere cinematografiche che saranno proiettate alla Galleria Comunale, integralmente, con inizio alle ore 21: 'La caduta degli dei' (24 luglio), 'Morte a Venezia' (25 luglio), e 'Ludwig' (26 luglio).


Galleria Comunale d'Arte Contemporanea

Piazza Camillo Benso Conte Di Cavour 44

+39 0481494369 (info)
+39 0481494352 (fax)

[ www.comune.monfalcone.go.it/galleria ]

16.6.06

Visconti al Maggio Fiorentino

Si inaugura sabato 17 giugno, alle ore 11.00, nella Sala del Fiorino della Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti, nell’ambito della 69^ edizione del Festival e in occasione del centenario della nascita (e del trentennale della scomparsa) del grande regista, la mostra 'Luchino Visconti al Maggio Musicale Fiorentino'. Visconti, che coltivò con eguale passione cinema, prosa e musica, firmò al Maggio Musicale le storiche regie di 'Troilo e Cressida' di Shakespeare nel 1949, e di 'Egmont' di Goethe nel 1967: la prima nel Giardino di Boboli con le scene di Franco Zeffirelli e i costumi di Maria De Matteis, la seconda nel Cortile di Palazzo Pitti con le scene e i costumi di Ferdinando Scarfiotti. Nella mostra, curata da Moreno Bucci, sponsorizzata dalla Fondazione Carlo Marchi ed accompagnata da un esauriente catalogo, sono esposti i bozzetti e i figurini dei due allestimenti accompagnati dalle foto di scena e dai documenti conservati nell’Archivio Storico del Teatro del Maggio e nell’Archivio Visconti dell’Istituto Gramsci di Roma. All’inaugurazione saranno presenti il Direttore della Galleria d’arte moderna Carlo Sisi, il Soprintendente per il Polo Museale Fiorentino Antonio Paolucci, il Sovrintendente del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino Francesco Giambrone e Caterina d’Amico per il Comitato Nazionale per le Celebrazioni del centenario della nascita di Visconti. L’esposizione resterà aperta per un mese fino al 16 luglio; in occasione dell’inaugurazione di sabato l’ingresso è gratuito, mentre nei giorni successivi il biglietto d’ingresso – valido anche per la Galleria d’arte moderna e la Galleria Palatina – costerà 8,50 euro, con orario d’apertura dalle ore 8.15 alle 13.50 ( chiusura il 19, 25, 26 giugno e 3, 9, 10 luglio).

[http://www.maggiofiorentino.com/]

[Nel riquadro, il programma del Maggio Musicale 2006]

7.6.06

Aldo Fabrizi e il marchese Del Grillo

Nel 'post' precedente abbiamo ricordato Paolo Stoppa. Uno degli ultimi ruoli interpretati da Stoppa sul grande schermo è quello di papa Pio VIII, ne ‘Il marchese Del Grillo’ di Mario Monicelli, del 1983, accanto ad Alberto Sordi e Flavio Bucci. Una curiosità: il progetto di un film ispirato alle gesta dell’eccentrico nobiluomo romano era già stato accarezzato negli anni cinquanta da Aldo Fabrizi. Secondo alcune testimonianze Fabrizi avrebbe voluto interpretarlo, nel ruolo che poi fu di Alberto Sordi, affidandone la regia a Luchino Visconti.

[Nella foto, Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi, Gino Cervi e Alberto Sordi in 'Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo' di Mauro Bolognini, 1956] - [Copyright Galfano]

6.6.06

Il centenario della nascita di Paolo Stoppa

Il 6 giugno 1906 nasceva a Roma Paolo Stoppa, forse più noto per la sua attività teatrale che per quella nel cinema, anche se la sua filmografia è lunghissima: da ‘La Corona di ferro’ a ‘Miracolo a Milano’, da ‘L’oro di Napoli’ a ‘Vanina Vanini’, da ‘C’era una volta il west’ alle diverse partecipazioni ai film di Totò. Nel 1938 entra a far parte della compagnia del Teatro Eliseo di Roma, dove incontra Rina Morelli che sarà la sua compagna di vita e di lavoro. Nel dopoguerra sarà determinante l’incontro con Luchino Visconti: sotto la guida del grande regista, la coppia Morelli - Stoppa darà vita a indimenticabili rapppresentazioni teatrali, da Anohuil a Sartre, da Tennessee Williams ad Arthur Miller, da Goldoni a Čechov. Visconti lo vuole anche per i suoi film. In ‘Rocco e i suoi fratelli’ ma soprattutto ne ‘Il Gattopardo’, dove la fisicità di Stoppa è perfetta per il ruolo di Don Calogero Sedara, il plebeo arricchito padre di Angelica. Negli anni successivi Stoppa lavora per la televisione, (molto popolare uno sceneggiato in cui interpreta Antonio Meucci), ancora in cinema (Sergio Leone, Nanni Loy, Mario Monicelli) e naturalmente in teatro (degli ultimi anni un apprezzato Molière). Il primo maggio 1988 Paolo Stoppa si spegne nella sua Roma.

[Nella foto, Paolo Stoppa] - [Copyright Piero De Marchis]

3.6.06

Negli Usa ricordata Alida Valli

La sera dello scorso 31 maggio, nel giorno in cui avrebbe compiuto 85 anni, a Washington D. C. si è reso omaggio ad Alida Valli, la grande attrice scomparsa in aprile. Presso l'Istituto di Cultura italiano è stato proiettato ‘Senso’, il film girato da Luchino Visconti nel 1954 con la diva nel ruolo della contessa Livia Serpieri. Folto il pubblico, di italiani e statunitensi.

[Nella foto, Alida Valli]

16.9.05

Sapienza, princesse érétique.

Si la Sicile nous a habitués aux cas littéraires, on peut s'étonner tout de même de l'apparition inattendue de ce vaste roman, surgi de nulle part, et qui, après avoir été refusé par les grands éditeurs italiens, s'est imposé à titre posthume, par un bouche à oreille lent, mais sûr. Est-ce un nouveau Guépard, autre chef-d'oeuvre qui ne fut lu qu'après la mort de son auteur ? Est-ce un nouveau Horcynus Orca, fameux monstre littéraire de Stefano D'Arrigo (encore inédit en français) ? C'est une incontestable découverte, un survol phénoménal de l'histoire politique, morale et sociale de l'Italie, sous le regard d'une narratrice sicilienne merveilleuse dans ses élans parfois rationnels, parfois passionnels, et c'est la révélation d'un tempérament d'écrivain hors pair.

Goliarda Sapienza, née en 1924 à Catane, en Sicile, et morte en 1996, laissait donc ce manuscrit dont les directeurs littéraires s'étaient désintéressés pendant vingt ans et que son dernier compagnon, Angelo Maria Pellegrino, publia intégralement chez un petit éditeur (Stampa Alternativa) qui, du vivant de l'auteur, n'en avait proposé que le début (en 1994). Elle n'était pourtant pas inconnue. Comédienne cantonnée dans de petits rôles au cinéma - elle apparaît dans Senso de Visconti et, ce qui n'est pas sans intérêt, on lui fait jouer souvent des révolutionnaires et des religieuses... -, mais plus reconnue au théâtre, elle avait épousé le cinéaste Francesco Maselli et donnait, à Rome, des cours d'art dramatique qui ont marqué ses élèves. Elle avait produit un scandale éphémère avec deux livres, l'un consacré à ses séjours dans un hôpital psychiatrique, l'autre à son incarcération pour un vol de bijoux. Ce deuxième récit, L'Università di Rebibbia (une prison près de Rome), lui valut une estime et une notoriété passagères.

Les dimensions de L'Art de la joie et son ambition ne sont peut-être pas les seules causes de la défiance éditoriale. La personnalité écrasante de l'auteur et la psychologie de sa protagoniste, Modesta, sont faites pour déranger. Trop d'exaltation et de crudité dans les scènes sexuelles, trop d'intelligence et de liberté. Oui, il y a de très longs dialogues, oui, des scènes oniriques où l'on quitte terre, oui, des tabous sexuels et familiaux transgressés, l'amour conçu comme un absolu charnel, la vie confrontée des petites gens et des aristocrates, des militants socialistes et des premières féministes, il y a un viol, des amours entre femmes, des tentatives de suicide, oui, il y a Stendhal et Kerouac, la littérature russe et Edgar Allan Poe. Et cela n'a pas plu ?

Qu'était l'Italie littéraire en 1976, quand Goliarda Sapienza terminait ce livre stupéfiant ? Un pays qui avait du mal à se regarder lui-même et à choisir une langue romanesque. La néo-avant-garde avait essayé, en vain, de faire table rase du réalisme. Pasolini avait réinventé le roman social, mais sa personnalité ne pouvait être imitée. Anna Maria Ortese avait elle-même écrit un livre énorme et inclassable, sur Naples, Le Port de Tolède. Elsa Morante, surtout, avait publié la Storia, dont l'héroïne Ida, quoique plus démunie intellectuellement, avait quelques traits communs avec la Modesta de cet Art de la joie. Mais peut-être ne voulait-on pas prendre au sérieux une comédienne qui écrivait ?

Et pourtant, Modesta, sa protagoniste, a une façon unique de décrire le monde et ses pulsions. Née en 1900 (un quart de siècle avant l'auteur), elle arrive dans un univers que la pauvreté, la maladie (elle a une soeur handicapée), la tragédie (un viol) pourraient rendre étriqué, parce que paradoxalement dominé par un excès de sentiments et d'événements. Il n'en est rien, grâce à sa sensibilité, à sa volonté et à une énergie vitale qui parcourt tout le livre. Grâce surtout à des rencontres, dans le couvent où on la place d'office, puis dans la famille princière Brandiforti dont elle va devenir le pivot. Séduisant plusieurs membres de cette famille, elle va épouser le prince, débile mental, mais vivre l'amour avec d'autres, hommes et femmes. De ces personnages qui l'entourent se détachent plusieurs figures : avant tout Beatrice, sa complice passionnée qu'elle arrache à une sorte de fatalité, et Carmine, l'homme humble avec lequel elle découvre et redécouvre la plénitude sexuelle.

On se doute que Goliarda Sapienza a lu D. H. Lawrence, avec qui elle partage un idéalisme social et amoureux, une utopie panthéiste et sensuelle, un esprit inéluctablement hérétique. Mais dans sa narration très libre, où alternent les descriptions poétiques et érotiques, les analyses psychologiques d'une rare profondeur et les dialogues aux digressions irréalistes, dans son acuité politique (les parents de l'auteur étaient des militants socialistes ayant activement combattu le fascisme), se dessine un projet à la fois historique et littéraire qui n'appartient qu'à elle et dont peut-être on ne saurait imaginer la conception ailleurs qu'en Sicile.

Historique, parce que Goliarda Sapienza veut, explicitement, décrire et comprendre des mouvements sociaux, à travers la libre circulation de son personnage, entraîné par sa sincérité et son courage, dans plusieurs milieux de Catane. Modesta converse, avec la même aisance, avec des religieuses illuminées ou perverses, avec une aristocrate déchue, avec un jardinier sensuel et respectueux jusque dans le désir, avec un intellectuel (le médecin Carlo, autre figure frappante du roman), avec Beatrice, celle à laquelle la liera un amour indéfectible, et avec tous les représentants des générations suivantes qui renouvelleront l'histoire de la Sicile et ressusciteront Modesta dans sa vieillesse, en appliquant ses leçons d'indépendance.

Littéraire, parce que le rythme de narration est commandé par le style, animé de l'intérieur. Roman subjectif, L'Art de la joie n'obéit pas aux lois du naturalisme. Trop de « monstres », comme elle le dit elle-même, et d'attention portée à la folie ? Mais où est la folie ? « Je commençais maintenant à connaître l'animal-homme et je savais que nous apparaît comme folie toute volonté contraire à nous, existant chez les autres, et comme raison ce qui nous est favorable et nous laisse à l'aide dans notre façon de penser. » Une trop insistante présence de la mort, surnommée la Certa (la Certaine) ? On est en Sicile. Mais qu'on ne s'attende pas à des stéréotypes sur ce sujet. La mort, comme l'amour, recèle autre chose que ce que les mots désignent d'ordinaire : « Le mal réside dans les mots que la tradition a voulus absolus, dans les significations dénaturées que les mots continuent à revêtir. Le mot amour mentait, exactement comme le mot mort. Beaucoup de mots mentaient, ils mentaient presque tous. Voilà ce que je devais faire : étudier les mots exactement comme on étudie les plantes, les animaux... » C'est ce travail sur le langage qui a permis une telle liberté de pensée et de style. Un style généreux, si l'adjectif ne paraît pas désormais galvaudé. Et qui nous arrive en français dans une traduction précise, fluide et lyrique.
René De Ceccatty
['Sapienza, princesse hérétique'. Article publié le 16 Septembre 2005. 'Le Monde' - 'Le Monde des Livres']
[www.lemonde.fr]
Benché la Sicilia ci abbia abituati ai casi letterari, ugualmente ci si può stupire per l’apparizione inattesa di questo vasto romanzo sbucato dal nulla che, rifiutato dai grandi editori italiani, si è imposto dopo la morte dell’autrice grazie a un passaparola lento, ma inesorabile. Si tratta di un nuovo Gattopardo, altro capolavoro che non fu letto se non dopo la morte dell’autore? Si tratta di un nuovo Horcynus Orca, celebre monstre letterario di Stefano D’Arrigo (ancora inedito in Francia)? Si tratta di un’incontestabile scoperta, un fenomenale panorama della storia politica, morale e sociale d’Italia, sotto lo sguardo di una narratrice siciliana meravigliosa nei suoi slanci a volte razionali, a volte passionali; ed è la rivelazione di un temperamento di scrittrice senza pari.
Goliarda Sapienza, nata nel 1924 a Catania, in Sicilia, e morta nel 1996, lasciava dunque questo manoscritto del quale i direttori letterari si erano disinteressati per vent’anni e che il suo ultimo compagno, Angelo Maria Pellegrino, pubblicò integralmente preso un piccolo editore (Stampa Alternativa) che, viva l’autrice, non ne aveva proposto che l’inizio (nel 1994). Goliarda Sapienza non era tuttavia una sconosciuta. Attrice relegata in piccoli ruoli al cinema (appare in 'Senso' di Visconti e, fatto non privo d’interesse, le si fanno sostenere spesso parti di rivoluzionarie e di religiose…), ma più riconosciuta in teatro, aveva sposato il cineasta Francesco Maselli e conduceva, a Roma, dei corsi di arte drammatica che hanno lasciato un segno sui suoi allievi. Aveva dato vita a un effimero scandalo con due libri, uno consacrato ai suoi soggiorni in un ospedale psichiatrico, l’altro alla sua incarcerazione per un furto di gioielli. Questo secondo racconto, 'L’Università di Rebibbia', le era valso una stima e una notorietà passeggere.
Le dimensioni dell’ 'Arte della gioia' e la sua ambizione non sono forse le sole cause della diffidenza da parte degli editori. La personalità esplosiva dell’autrice e la psicologia della protagonista, Modesta, sono fatte per inquietare. Troppa esaltazione e crudezza nelle scene sessuali, troppa intelligenza e troppa libertà. Sì, ci sono dei dialoghi molto lunghi, sì, ci sono delle scene oniriche nelle quali si abbandona il mondo reale, sì, ci sono tabu sessuali e familiari violati, l’amore concepito come un assoluto carnale, il confronto tra la vita della povera gente e quella degli aristocratici, dei militanti socialisti e delle prime femministe, c’è uno stupro, degli amori tra donne, dei tentativi di suicidio, sì, c’i sono Stendhal e Kerouac, la letteratura russa e Edgar Allan Poe. E questo è piaciuto?
Che cos’era l’Italia letteraria nel 1976, quando Goliarda Sapienza finiva di scrivere questo libro stupefacente? Un paese che aveva difficoltà a guardarsi in faccia e a scegliersi un linguaggio romanzesco. La Neoavanguardia aveva cercato, invano, di fare tabula rasa del realismo. Pasolini aveva reinventato il romanzo sociale, ma la sua personalità non poteva essere oggetto d’imitazione. Anna Maria Ortese aveva anche lei scritto un libro enorme e inclassificabile su Napoli, Il Porto di Toledo. Elsa Morante, soprattutto, aveva pubblicato La storia, la cui eroina Ida, benché meno attrezzata intellettualmente, aveva qualche tratto in comune con la Modesta dell’Arte della gioia. Non è che, forse, si stentava a prendere sul serio un’attrice che scriveva?
E tuttavia, Modesta, la protagonista, ha un modo unico di descrivere il mondo e le sue pulsioni. Nata nel 1900 (un quarto di secolo prima dell’autrice), piomba in un universo che la povertà, la malattia (ha una sorella handicappata), la tragedia (uno stupro) potrebbero rendere claustrofobico, in quanto paradossalmente dominato da un eccesso di sentimenti e di avvenimenti. Ma non è così, grazie alla sua sensibilità, alla sua volontà e a un’energia vitale che percorre tutto il libro. Grazie soprattutto ad alcuni incontri, nel convento nel quale viene spedita d’ufficio, poi nella famiglia dei principi Brandiforti, della quale diventerà il perno. Dopo aver sedotto diversi componenti della famiglia, Modesta sposerà il principe, debole di mente, ma vivrà l’amore con altre persone, uomini e donne. Dai personaggi che le stanno attorno si distaccano alcune figure: prima di tutte Beatrice, complice appassionata che Modesta strappa a una sorta di fatalismo, e Carmine, l’uomo di umili condizioni con il quale scopre e riscopre la pienezza sessuale.
Senza dubbio Goliarda Sapienza ha letto D. H. Lawrence, con il quale ha in comune un idealismo sociale e amoroso, una utopia panteista e sensuale, uno spirito ineluttabilmente eretico. Ma nella sua narrazione molto libera, dove le descrizioni poetiche ed erotiche, le analisi psicologiche di rara profondità e i dialoghi si alternano alle digressioni irrealistiche, nella sua pregnanza politica (i genitori dell’autrice erano dei militanti socialisti che avevano attivamente combattuto il fascismo) disegna un progetto storiografico e letterario che appartiene a lei sola e che, peraltro, non avrebbe potuto essere immaginato che in Sicilia.
Un progetto storiografico, perché Goliarda Sapienza vuole, esplicitamente, descrivere e capire alcuni movimenti sociali, attraverso la libera circolazione del suo personaggio, trascinato dalla sua sincerità e dal suo coraggio, in numerosi milieux di Catania. Modesta conversa, ugualmente a suo agio, con religiose illuminate o perverse, con un’aristocratica decaduta, con un giardiniere sensuale e rispettoso anche nel desiderio, con un intellettuale (il medico Carlo, altra figura che colpisce), con Beatrice, alla quale la legherà un amore indefettibile, e con tutti i rappresentanti delle generazioni più giovani, che rinnoveranno la storia della Sicilia e risusciteranno Modesta nella sua vecchiaia, applicando le sue lezioni di indipendenza.
Un progetto letterario, perché il ritmo della narrazione è dettato dallo stile, animato dall’interno. Romanzo in soggettiva, L’Arte della gioia non rispetta i principi del naturalismo. Troppi “mostri”, come Sapienza stessa li ha chiamati, e troppa attenzione per la follia? Ma dov’è la follia? “Io cominciavo ora a conoscere l’animale-uomo e sapevo che ci appare come follia ogni volontà contraria a noi, esistente presso gli altri, e come ragione ciò che ci è favorevole e ci lascia a nostro agio nel nostro modo di pensare”. Una troppo insistente presenza della morte, soprannominata “la Certa”? Si è in Sicilia. Ma non ci si devono aspettare stereotipi a questo proposito. La morte, come l’amore, porta con sé altre cose da quelle che le parole indicano solitamente: “Il male sta dentro le parole che la tradizione ha voluto assolute, nei significati snaturati che le parole continuano a rivestire. La parola amore mentiva, esattamente come la parola morte. Molte parole mentivano, mentivano quasi tutte. Ecco cosa dovevo fare: studiare le parole esattamente come si studiano le piante, gli animali…”. E’ questo lavoro sul linguaggio che ha permessa una tale libertà di pensiero e di stile. Uno stile generoso, se l’aggettivo non sembrasse ormai abusato. E che ci arriva in francese in una traduzione precisa, fluida e lirica (L’Art de la joie, di Goliarda Sapienza, traduit de l’italien par Nathalie Castagné, ed. Viviane Hamy).

26.8.05

Björn Andrésen on 'Beijing Today'

Beauty is something that no language can describe as it is found in the eye of the beholder. But there is little universal doubt that Björn Andrésen is beauty personified. But what most see as nature’s random blessing has brought great pain to a man who was once arguably the most beautiful man in the world. People are enchanted at the first sighting of his amazing, beautiful face – both men and women. He was dubbed “the most beautiful boy in the world” after he appeared in the movie 'Death in Venice' thirty-odd years ago. But he was camera shy and he rarely appeared in the media, creating an air of mystery about his looks and his life. This Adonis was born on January 26, 1955, in Stockholm, Sweden, out of wedlock, and was never thereafter to learn the identity of his father. He was raised by his grandparents. In the year of his birth, his mother married a Norwegian man and divorced him four years later. Then, in 1965, she disappeared and was later discovered to have committed suicide.

The burning image of Björn that remains of his public presence is the role of Tadzio in Luchino Visconti’s 1971 film 'Death in Venice' in an adaptation of the novel of the same name by Thomas Mann. In the film, Björn embodies an ideal of beauty that the avant-garde composer Gustave Aschenbach (loosely based on Gustav Mahler) has long sought to capture through music, and became infatuated. After the role of Tadzio, his career as a boy actor declined due to mismanagement by his agent. Like many high school boys of his age, he had aspirations of founding a rock band. Later, as a classically trained musician, he was responsible for the musical arrangements of a Swedish stage production of The Rocky Horror Show, and he played John Lennon in a short-lived show about The Beatles. In 1978, he performed in the Swedish movie Bluff Stop. But nothing worked for him, and he had become a virtual has-been by his twenties.  When he was thirty, he acted in King of Smugglers (Denmark/Sweden) and five years after in Lucifer-Indian Summer: Yellow and Black (Norway). However, both movies failed to make a universal impact. Tragedy has trailed him. He lost one of his children and as a result, his happy marriage broke up, though he has been reunited with his wife and daughter.

Now entering his fifties, his face has appeared again on the cover page of 'The Real Tadzio: Thomas Mann’s Death in Venice and the Boy Who Inspire' - a book by Gilbert Adair. His face is also on the front cover of 'The Boy' by Germaine Greer. Perhaps it takes a beautiful person in this cosmetic world to offer a cautionary tale to those who seek eternal youth and good looks...  "One of the diseases of the world is that we associate beauty with youth,” said Björn. “We are wrong. The eyes and the face are the window of the soul and these become more beautiful with the age and pain that life brings. True ugliness comes only from having a black heart".

Shelley Xie


Beijing Today, 26.08.2005.

[http://bjtoday.ynet.com/]

[Nella foto: Björn Andrésen]

7.3.03

La scomparsa di Albino Cocco

Albino Cocco, storico aiuto regista di Luchino Visconti, è deceduto a Roma il 7 marzo 2003. Visconti amava definirlo il proprio 'braccio destro'. Aveva debuttato come attore nel 1953 al fianco di Maria Pia Casilio in 'Amori di mezzo secolo', nell'episodio 'Guerra 1915 - 1918', diretto da Pietro Germi. Cocco ha accompagnato il lavoro di Visconti a partire da 'Le notti bianche' e ininterrottamente fino a 'L'Innocente'. Nel corso della sua lunga attività ha collaborato con altri registi tra i quali Mauro Bolognini, Liliana Cavani, Edouard Molinaro, Giuseppe Patroni Griffi, Franco Zeffirelli. Era nato nel 1933.

1.9.01

Luchino

La caratteristica di Luchino Visconti che più impressionava nella vita e sul lavoro, ripensandoci, era l'autorità. Per autorità - oggi si dice "leadership" - intendo il dono di farsi obbedire, ossia di ottenere che delle persone eseguano senza perder tempo a convincerle. E' una dote naturale e misteriosa e si manifesta in tanti modi. I direttori d'orchestra non eccelleno se ne sono sprovvisti, ma non ce ne sono due che la esprimano con gli stessi gesti. Bernstein, che saltava entusiasta come un derviscio e finiva fradicio di sudore, aveva sulle orchestre lo stesso ascendente del gelido Pierre Monteux che, a vederlo di spalle, sembrava non muovere nemmeno un dito. Visconti, che di rado alzava la voce, con la sua autorità era venuto al mondo, ma è difficile sostenere che l'avesse ereditata dai suoi lontanissimi antenati, i trecenteschi signori di Milano, i cui titoli, estinto il ramo principale, erano passati a un collaterale per concessione di Napoleone Bonaparte. Donde gli venisse non si sa, fatto sta che la emanava. Inizialmente la sperimentò sui cavalli, quando ricorrendo anche all'ipnotismo costrinse uno scarto di Tesio quasi zoppo a vincere il Premio Città di Milano. Poi passò agli attori, che infatti paragonava spesso ai quadrupedi, affermando che bisogna saperli prendere nel modo giusto, capire quale ha bisogno della frusta, quale delle carezze, quale dello zuccherino. Lo scopo ultimo di questa sua manipolazione del prossimo non era, per fortuna, la politica, bensì il teatro, il cinema, l'opera lirica, ossia il "ludus", il gioco: del resto il gioco va fatto col massimo impegno e la perfetta serietà. Sul gioco del teatro Visconti non scherzava affatto, esigeva la perfezione in tutto e da tutti. Se il genio consiste in una cura infinita dei particolari, Visconti lo possedeva. In ogni caso, sapeva sempre esattamente quello che voleva, persino la tonalità di un fischio di treno lontano, e non era possibile accontentarlo con un surrogato approssimativo. Lo si è definito un grande dilettante, in realtà era un profondo conoscitore di tutto quello di cui occupava. Per le scenografie sceglieva sempre e infallibilmente i tessuti più cari: i suoi finanziatori provarono qualche volta a scambiare i cartellini dei prezzi sui campionari, ma lui non abboccò mai. Anche i suoi collaboratori erano sempre tutti di altissimo livello, dall'aiuto al costumista al datore di luci; con lui però funzionavano ancora meglio che con chiunque altro. La sua autorità allargava il potenziale delle persone: se Visconti ti diceva di fare qualcosa che non ti eri mai sognato, obbedivi senza discutere, lui ovviamente ne sapeva più di te. Non dico che ci cogliesse proprio sempre. Una volta mi trovai con lui in visita alla villa che Marcello Mastroianni si era appena comprato in Lucchesia. Visconti (io veramente lo chiamavo Luchino, anche se gli davo del lei) approvava, suggeriva interventi e modifiche. A un certo punto si fermò davanti a due grandi cespugli ornamentali."Ma questi vanno potati!" disse "Datemi le forbici". Arrivarono dei forbicioni da giardiniere. Lui si mise a sforbiciare, ma si stancò quasi subito. Allora passò le forbici a me. "Continua tu" mi ordinò. Io ero un ragazzo di città e non sapevo distinguere una peonia da un carciofo. Aprii la bocca per obiettare, ma subito la richiusi e mi misi a sforbiciare, ligio. Quel cespuglio, che negli anni ho rivisto, non si è ripreso mai più. L'autorevolezza, talvolta l'imperiosità di Visconti mascheravano il fatto che in fondo era timido. Se qualcuno gli teneva testa poteva diventare violento, ma chi non avendo paura di lui riusciva a scherzarci e sdrammatizzare - succedeva di rado, ma succedeva - lo smontava. Ricordo un episodio poco prima della proiezione alla stampa di 'Le notti bianche'. Era il ritorno di Visconti a Venezia dopo lo scandalo di 'Senso', che anni prima era stato clamorosamente escluso dai premi per interventi politici, e il nuovo film era al centro delle attese. Visconti aveva appena controllato una copia campione ed era rimasto scontento di un particolare. Il momento clou del film è l'arrivo dello sconosciuto che la protagonista, di cui il solitario Mastroianni si innamora, aspetta tutte le notti. Lo sconosciuto era Jean Marais, che vedendo Maria Schell da lontano le diceva (con la voce di Giorgio Albertazzi) "Sei tu, Natalia?". Ora, Visconti trovava che quella battuta era anticlimax. Era venuta male; suonava fredda, sembrava che i due si fossero lasciati un minuto prima: era assurda. Rovinava tutto il film. I giornalisti non la dovevano sentire, bisognava cambiare, ridoppiare, fare qualcosa. Si creò, come succede in queste situazioni, una tragedia. Il produttore Franco Cristaldi tentò debolmente di dire che in tre ore, lì al Lido, non si poteva fare niente. Visconti chiese che almeno la battuta fosse tolta dalla colonna sonora: impossibile. E interrompere il sonoro per un momento? Chi è il proiezionista? Chiamatelo! Volavano i suggerimenti mentre Visconti sempre più convinto della necessità di neutralizzare la goffa battuta minacciava torvo addirittura di ritirare il film per non esporlo al ludibrio. Risolse tutto Ruggero Mastroianni, fratello di Marcello, grande montatore e romano pigro e sornione. Durante un momento in cui tutti sfiniti tacevano intervenne dicendo: "Conte, se vuole mi affaccio e dico: sono stato io". Luchino rise e si rassegnò. L'aneddoto spiega anche un po' la sua incrollabile predilizione, del resto ricambiata, per mia madre: mia madre sapeva come prenderlo, sapeva scherzare con lui, magari disorientandolo momentaneamente un tantino. Non sono sicuro per esempio che Luchino apprezzasse il fatto che mia madre battezzasse Modrone il gattino che lui ci regalò quando eravamo bambini (del tutto indifferente al fatto che mio padre detestasse gli animali: aveva deciso che il posto giusto per quel gatto era casa nostra, quale infatti risultò). Esigentissimo con tutti, Visconti lo fu con se stesso quando fu colpito da un ictus che lo lasciò con un braccio e una gamba semiparalizzati. In qualche modo, si rifiutò di ammettere quello che era successo - non lo aveva ordinato lui, quindi non esisteva. In segreto si curò caparbiamente, obbedì ai medici e si sottomise a spossanti esercizi di rieducazione, ma davanti agli altri continuò a lavorare come se niente fosse stato. Essendo la sua una attività comportante la messa in moto di grosse macchine organizzative, faticò a convincere chi doveva affidargliele; ma al solito ci riuscì. Pur di dimostrare di esserci, accettò che il produttore del film 'Gruppo di famiglia in un interno' fosse un uomo di destra in cerca di rispettabilità culturale come Edilio Rusconi (a chi glielo rimproverava disse, sacrosantemente, che i capitali non sono di sinistra); e insomma, si rimise all'opera, e alla maniera sua. Nemmeno per un secondo accettò di fare l'invalido. Con grandi traffici gli fu fatta venire dalla Svizzera l'ultima invenzione, una carrozzina elettrica che camminava da sé, ma lui ci si sedette una volta sola: doveva usare le sue gambe. A me e a mia moglie disse: "non mi avete mai invitato a casa vostra", e quando seppe che abitavamo un quarto piano senza ascensore il complimento diventò un ordine. Lo invitammo, e arrivò molto affaticato ma, al solito, del tutto padrone di sè, appoggiandosi a un bellissimo infermiere biondo, mangiò, bevve e fu cordiale con gli altri ospiti, un po' intimiditi. All'epoca viveva in un piccolo appartamento sulla collina Fleming, sempre pieno di fiori, continuando nel frattempo a arredare una grandiosa villa sui colli laziali dove sapeva benissimo che non si sarebbe mai trasferito. Da quell'appartamento il 17 marzo 1976, venticinque anni fa, se ne andò, avendo deciso di farlo, o questa fu la sensazione che diede. Aveva realizzato la 'Manon' di Puccini a Spoleto, un capolavoro di regia d'opera degno della sua leggiadra 'Traviata' alla Scala del '55 (io l'ho vista, mi ci portò mio padre una sera, il pomeriggio eravamo stati a San Siro per un Italia-Brasile 3-0, due gol di Virgili. In camerino la Callas ci disse civettando, con incantevole accento veronese e mirabile padronanza delle espressioni idiomatiche: "siete venuti fino a Milano solo per me? Non ci credo. Chissà quale altro uccello avete preso con questa fava!"). Aveva appena finito di girare un altro film, 'L'Innocente'. Poteva anche voltare pagina. Quando seppi che non c'era più piansi - gli volevo molto bene, e poi ero ancora giovane e ignoravo che ci sono persone che non muoiono. Luchino naturalmente la sapeva più lunga. Una volta un maldestro inserviente dell'Opera di Roma non lo riconobbe, e tentò di impedirgli di entrare dall'ingresso degli artisti. Il Conte lo trattò malissimo, l'altro si irrigidì. Quando l'equivoco fu chiarito, l'inserviente, che voleva avere l'ultima parola, gli disse: "si calmi, si calmi. E si ricordi che tutti dobbiamo morire". "Lei, forse" rispose Visconti "io no".

Masolino D'Amico


[Pubblicato su "La Stampa" del 20 marzo 2001 con il titolo 'Personaggi del '900. Un leader nato, un professionista impossibile da imbrogliare e un mago che si considerava immortale. Visconti, l'uomo che ipnotizzava i cavalli'].

[www.lastampa.it]

Une partie à Zaro

[Dall'Introduzione al catalogo della mostra 'Gli anni verdi. Luchino Visconti a Ischia'].

Se i rapporti, in specie quelli vissuti intensamente, si potessero raccontare, questo catalogo avrebbe dovuto intitolarsi "Visconti e Ischia. Storia di un rapporto." Ma i rapporti, quelli autentici, sfuggono alle leggi della narrazione e, nel loro farsi e disfarsi, tracciano percorsi segreti, indicibili, il cui tessuto si sgretola se vengono sottoposti alla luce dell'indagine che tende a esplicitare, a rendere razionale e visibile quanto di lieve e impalpabile si avverte nella loro trama. Quello tra Luchino Visconti e Ischia è stato un rapporto di questo genere, nel quale l'isola col fascino della sua natura e dell'umanità che la abitava non ha solo richiamato il grande regista, nei primi anni del dopoguerra, ad una dimensione di vita ritenuta ormai perduta, ma gli ha offerto le condizioni ideali per la sua attività creativa. E' in ciò che va individuata l'importanza che il rapporto fra Visconti e l'isola d'Ischia continua ad avere per la cultura mondiale: ciò che l'isola ha dato a Visconti, questi lo ha restituito nei termini di una eredità artistica e materiale della quale tutti noi risultiamo beneficiari.L'obiettivo di questo catalogo, di ricordare e celebrare l'opera del regista nell'occasione dei venticinque anni dalla morte, viene tuttavia perseguito in modo da legare il ricordo della sua figura alla realtà del suo soggiorno ad Ischia, in quanto non si propone di accrescere di contributi critici né di interpretazioni originali la già ricca bibliografia viscontiana, ma di fornire, attraverso il filo dei ricordi, delle ricostruzioni e della analisi, un insieme ricco e vario di testimonianze sulla realtà, umana, geografica, storica ischitana e, allo stesso tempo, sulla vita che Visconti vi conduceva, negli anni che videro nascere e fiorire il rapporto tra il Maestro e l'isola. Sono, così, raccolti e messi a confronto contributi di diversa natura, da quelli che, scavando nella memoria dei testimoni, portano alla luce gli aspetti privati, anche tra i meno noti, della biografia di Visconti, a quelli che illustrano le sue apparizioni pubbliche, i suoi rapporti con gli amici ischitani e i collaboratori, il procedere del suo stesso lavoro, fino a quelli che, ripercorrendo e analizzando la storia, le vicende urbanistiche ed economiche dell'isola, tracciano un quadro d'insieme della sua realtà ai tempi in cui il regista vi soggiornò e, allo stesso tempo, propongono un discorso nel quale successi, errori, potenzialità mancate sembrano infine trovare coerenza interpretativa. Ad integrazione di questi contributi si pone la bella mostra fotografica dell'Istituto Gramsci di Roma sulla vita e l'attività di Visconti, un'ampia rassegna che documenta i vari aspetti di un lavoro creativo senza soste e che spesso proprio nella casa- rifugio della "Colombaia" trovava ispirazione e si realizzava. Ed è a partire dalla "Colombaia" che può ricomporsi quel rapporto con l'isola interrotto solo dalla morte. E' dalla futura destinazione della villa a luogo di formazione dei giovani e incrocio di esperienze culturali e dall'impegno di riprendere il lascito morale e artistico di Visconti che sarà reso il miglior omaggio alla sua memoria, quello di far rinascere nell'isola, tra i "suoi" luoghi, lo spirito della bellezza e della verità. Se questo compito, del quale il presente catalogo vuol essere piccola parte, sarà assolto, allora il Maestro sarà ritornato per sempre ad Ischia.

Arturo Martorelli

Il programma delle manifestazioni viscontiane a Ischia.

3-7 Settembre 2001 - Chiostro di San Francesco

Scuola di storia e critica cinematografica "Luchino Visconti"

'Cinque notti bianche. Il cinema di Luchino Visconti'

[Seminario di Augusto Sainati Ist. Univ. "Suor Orsola Benincasa" - Napoli].

Il neorealismo di Visconti
Cinema nel Cinema
Il melodramma e la storia
Forme e problemi dell'inquadratura
Morte a Venezia: lo zoom e la bellezza


22 Settembre 2001, ore 18.00 - Villa La Colombaia

Inaugurazione della Colombaia alla presenza di autorità e personalità del mondo della cultura

Mostra fotografica 'Luchino Visconti. Gli anni della formazione' a cura della Fondazione Istituto Gramsci

Serata ricordo. Intervengono critici, attori e collaboratori del regista

Concerto di musiche dai film di Luchino Visconti.

Un comunicato del Circolo Sadoul di Ischia

Un giorno, non so quando e non so dove, Luchino Visconti disse: "I corvi volano a schiera, le aquile volano solitarie". L'orgoglio di un fuoriclasse. E a ragione, perchè la sua genialità creativa, il suo magistero artistico, lo inscrivono in un orizzonte interminato, dove la luce delle sue "vaghe stelle" ci invade di intensità inquietante e le sue immagini, ad ogni rilettura, inducono emozioni e riflessioni inedite. Corvi ed aquile: l'affermazione è assoluta, essenziale e, filtrandola criticamente, possiamo cogliere il senso assiologico del mondo interiore dell'uomo e dell'artista, la testimonianza del suo credo estetico ed etico, un binomio indissolubile perchè l'arte, la grande arte, ha sempre in sè il fondamento dell'eticità.L'anticonformismo di Visconti, la sua capacità di essere se stesso, di dominare i grandi temi dell'umana tragedia sono l'ininterrotto filo di sinopia su cui corre la sua opera di poeta. Perchè non si spenga la fiamma del ricordo, il Circolo Sadoul in collaborazione con l'Istituto per gli Studi Filosofici, ha istituito fin dal '94 un corso di storia e critica cinematografica a lui dedicato, che ha sede attualmente nel Comune di Forio.

Angiola Maggi
[Presidente Circolo Georges Sadoul – Ischia]

Un intervento di Gerardo Marotta

Quando nel 1994 l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici dava l'avvio alle Scuole estive di Alta Formazione, di fronte a quello che a taluni appariva allora come un rischio, legato all'esito del tentativo di "esportare" l'attività culturale dell'Istituto nei centri minori del Mezzogiorno d'Italia, una duplice consapevolezza ci confortava: da una parte, quella di contribuire a rinvigorire una vocazione intellettuale che, pur se avvilita e soffocata troppo spesso da condizioni di arretratezza economica, si era mantenuta sempre viva nel tempo e aveva alimentato la vita civile del Mezzogiorno, dall'altra quella di soddisfare un'esigenza diffusa e fortemente sentita, ma alla quale né la scuola né l'università erano in grado di dare risposte adeguate. In particolare, nella circostanza delle celebrazioni in onore di Visconti, mi piace ricordare il fatto che la prima Scuola estiva di Alta Formazione è stata la Scuola di Storia e Critica cinematografica, intitolata appunto a Visconti, con sede prima a Ischia e poi a Forio. L'impresa di far rinascere in tutto il Mezzogiorno e in altre località d'Italia attraverso tali scuole l'amore per il sapere e la passione civile è stata coronata da un consenso sempre maggiore, e il fatto che essa sia partita proprio sotto il nome di Visconti rappresenta qualcosa di più di una coincidenza. L'opera di Luchino Visconti, infatti, si è svolta nel segno dell'impegno civile e dell'innovazione artistica, di quella ricerca della verità nella rappresentazione che va oltre gli schemi di scuole o tendenze e che richiede il coraggio di una continua sperimentazione. E' un percorso che idealmente si ricongiunge a quello che l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici ha intrapreso nei suoi ventisei anni di vita e che in attività e iniziative come questa, promossa in collaborazione col Comune di Forio d'Ischia e il Circolo "Georges Sadoul" di Ischia, trova un suo adeguato compimento. Nel nome di Luchino Visconti non solo onoriamo il grande regista e intellettuale europeo, ma salutiamo la ripresa della vita civile nelle forme del sapere e dell'arte.

Gerardo Marotta
[Presidente Istituto Italiano per gli Studi Filosofici]

E un comunicato dell'Assessore alla Cultura

C'è finalmente un punto fermo nel viaggio affascinante che da quasi 15 anni impegna le amministrazioni del Comune di Forio per il recupero e la valorizzazione di uno dei suoi più importanti beni culturali. La Villa di Luchino Visconti apre i battenti. Lo fa con un impegno culturale che intende onorare la memoria del grande regista, creare un polo teatrale e cinematografico con il coinvolgimento dei grandi protagonisti di questi settori, dare a Forio un'occasione di crescita culturale, per lo sviluppo del territorio, l'aggregazione sociale, la nascita di opportunità qualificate per i giovani nel contesto internazionale. Per raggiungere questi obiettivi, il Comune di Forio ha sviluppato sinergie istituzionali con la Regione Campania e la Provincia di Napoli, ha dato vita ad una sua Fondazione di partecipazione che potrà catalizzare risorse ed energie di partner pubblici e privati, ha promosso rapporti di collaborazione con enti come il Circolo Georges Sadoul e l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici che hanno messo a disposizione un patrimonio di autorevolezza, capacità ed intelligenze determinanti per il successo del progetto. Ora Forio e l'isola d'Ischia hanno uno strumento in più per conquistare un posto d'eccezione nel panorama culturale italiano. Un passo fondamentale è stato finalmente mosso. Ora inizia il cammino più lungo e appassionante. Quello che segnerà la vita di una nuova istituzione culturale che da Forio e dall'isola d'Ischia lavorerà per alimentare la diffusione del sapere, la veicolazione delle idee e delle emozioni, il gusto della scoperta e dell'innovazione, il valore del ricordo come fonte inesauribile del progresso civile, culturale sociale.

Daniele Morgera
[Assessore alla Cultura Comune di Forio]

Un comunicato del Sindaco di Forio

Il venticinquesimo anniversario della scomparsa del grande Maestro Luchino Visconti coincide con un risultato straordinariamente importante per la comunità di Forio: l'apertura alla fruizione pubblica della Villa La Colombaia, dimora del regista, nel bosco di Zaro, che ospiterà una Scuola Internazionale di Cinema e di Teatro. Grazie alla Colombaia, Forio diventa un punto di riferimento culturale di rilievo europeo, recuperando quel ruolo di crocevia di esperienze, sensibilità e valori che negli anni '50 fece di Forio un cenacolo di intellettuali e artisti di primo piano. La Colombaia dovrà rappresentare per Forio una finestra sul mondo, uno strumento di apertura alle novità, al dialogo e all'osmosi fra i popoli e le culture nel nome di Luchino Visconti e del messaggio universale del suo genio creativo. La Colombaia sarà la sede di un festival internazionale del cinema, di premi, rassegne, incontri, di un museo permanente dedicato a Visconti ed il centro propulsivo di attività di formazione e comunicazione in grado di suscitare l'attenzione dei media e soprattutto la partecipazione del territorio in un percorso che apre le frontiere al turismo di qualità. Un sogno degli anni '90 si è trasformato in un progetto concreto, iniziato con l'acquisizione della Villa, la sua ristrutturazione, la sua rinascita. Per Forio, per l'isola d'Ischia, per la Cultura.

Francesco Paolo Monti
[Sindaco di Forio]

20.11.97

'Visconti Film Festival' at MoMA.

The 'Museum of Modern Art', and 'Ente Gestione Cinema', with the patronage of the 'Istituto italiano di Cultura', proudly present the first complete retreospective in the United States covering the works of the great Italian director Luchino Visconti. His films, whose styles range from natural realism (Rocco e i suoi fratelli), to operatic grandeur (Il Gattopardo), often dealt with the moral decay and disintegration of families or great figures. These films have been restored thanks to a multi-year preservation program undertaken by the 'Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale', Rome. The series has been organized for the Museum by Mary Lea Bandy, Chief Curator, Department of Film and Video. Films are in Italian with English sub-titles.

Held at : MoMA, 11 West 53rd Street, New York City

Date: Nov. 21 - Dec.12, 1997

For information call: (212) 708-9480

8.2.95

Ignazio Gardella ricorda Luchino Visconti


L'architetto Ignazio Gardella (1905 - 1999) è stato compagno di scuola di Luchino Visconti, negli anni '20, al Liceo Berchet di Milano. Nel 1995 Antonio Monestiroli lo ha intervistato mentre lavorava al volume 'L'architettura secondo Gardella', Laterza, 1997. Durante il primo incontro dell'8 febbraio 1995 gli chiede...

Che liceo hai fatto?

Il liceo classico Berchet, a Milano. Ero compagno di scuola di Visconti e ci frequentavamo molto, anche se non ero in classe con lui perché aveva un anno di meno. Avevamo anche organizzato una recita, con un testo che aveva scritto Luchino, in cui dovevano recitare Wanda Toscanini e Luisa Villa. Visconti aveva già la passione per la regia, aveva organizzato tutto e noi dovevamo recitare. Poi non l'abbiamo fatto perché mio nonno e sua nonna sono morti a distanza di pochi giorni.

Così per poco non sei stato uno degli attori di Visconti.

Ha deciso il destino. Al liceo seguivo le correnti dell'architettura e della pittura moderna. Allora come sai il Movimento Moderno tendeva un po' a demonizzare la storia e a privilegiare la tecnica. Poi c'era questa forte pressione di mio padre, ed io ero un po' ribelle, fatto sta che, con grande dispiacere di mio padre, mi sono iscritto ad Ingegneria Civile. Finita la scuola d'Ingegneria mi sono iscritto subito ad Architettura, qui a Milano. Ho frequentato due anni, ero in contatto con Franco Albini, con Giovanni Romano, forse avevo già fatto il progetto per la Torre di Piazza del Duomo. Comunque alla scuola di Milano c'erano Gaetano Moretti, Piero Portaluppi, ed io non ero ben visto. Allora ho smesso. Ho preso la laurea in architettura a Venezía, dopo la guerra, quando la scuola era già diretta da Giuseppe Samonà.

Tu hai fatto il liceo negli anni Venti, nei primi anni del fascismo in Italia. Cosa ti ricordi di quel periodo, di cosa parlavi con Visconti: di arte, di politica?

Di politica poco. Certo non avevamo contatti col fascismo. Parlavamo di musica con la Toscanini, di pittura con Alberto Gnecchi che dipingeva e poi di letteratura e soprattutto di teatro con Luchino. Di architettura parlavo con Albini che aveva la mia età. Frequentavo Albini anche al di fuori della scuola. Più tardi siamo diventati molto amici...


[www.laterza.it]

[http://www.liceoberchet.it/]

[http://it.wikipedia.org/wiki/Ignazio_Gardella]