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15.12.08

Un'intervista con Christian De Sica

Ogni giorno che mi sveglio, mi guardo intorno ringraziando Dio per la fortuna che ho avuto in questi anni: il mio lavoro è la mia vita. Recitare è tutto. Ho cominciato a 18 anni con Roberto Rossellini e poi ho continuato facendo lo showman, il teatro, la televisione e i film di Natale. Credo di essere un saltimbanco che deve fare tutto, come gli attori di una volta che sapevano cantare, ballare e recitare. Quando non mi riuscirò più a tenere in piedi, spero di poter insegnare questo mestiere ai giovani. E' giusto che le cose vadano così e possa restituire quello che ho avuto: sono un uomo fortunato, perché vengo pagato per giocare.

Quanto conta la passione, oggi?

E' tutto, ma in qualsiasi lavoro: gli attori si stancano come le persone che fanno altro. Io, invece, penso che sia importante potere sempre riuscire a meravigliarsi. Quando sei disincantato, da un lato ti avvicini alla morte e dall'altro ti allontani dalla realtà. Il segreto per andare avanti è essere sempre entusiasti. Bisogna vivere nel presente e non nel passato: la memoria, nel nostro caso, non aiuta. L'esperienza è la cosa peggiore nel nostro mestiere.

Una considerazione maturata negli anni?

Veramente per la prima volta me lo ha comunicato Ingrid Bergman quando ero fidanzato con sua figlia; un giorno mi ha detto: "Per essere giovani non bisogna avere memoria e bisogna vivere il presente". E' necessario girare, guardarsi intorno, capire cosa c'è nell'aria. Una volta Visconti disse a mio padre: "Vittorio, siamo troppo chiusi nei nostri salotti, non potremmo fare più i film che abbiamo fatto".

Qual'è la differenza tra il cinema di suo padre e quello di oggi?

'Umberto D.' inizia con lo sciopero dei pensionati, segno che alcune cose non cambiano, anzi, peggiorano. L'Italia di allora era più provinciale ma anche molto ottimista. Oggi quell'ottimismo di ieri non c'è più. Una volta l'Italia era un paese aristocratico, mentre oggi è una nazione cafona. Il cinema di mio padre era fondato sulla bontà e sulla pietas: la cosa più difficile che ci sia.

Al cinema, oltre alle commedie di Natale pensa di affrontare progetti diversi?

Prossimamente interpreterò dei film drammatici: speriamo che me li lascino fare. I cinepanettoni hanno decretato il mio successo e la notorietà. Adesso il problema è trovare il tempo per fare anche altro. Ho ricevuto delle offerte concrete da Domenico Procacci e da Pupi Avati che intendo accettare.
Intervista di Marco Spagnoli

'Christian De Sica - Sono un saltimbanco in quest'Italia cafona che rimpiange papà'.

dnews, 15.12.2008

[http://www.dnews.eu]
[Nella foto, Christian De Sica]

1.9.01

Luchino

La caratteristica di Luchino Visconti che più impressionava nella vita e sul lavoro, ripensandoci, era l'autorità. Per autorità - oggi si dice "leadership" - intendo il dono di farsi obbedire, ossia di ottenere che delle persone eseguano senza perder tempo a convincerle. E' una dote naturale e misteriosa e si manifesta in tanti modi. I direttori d'orchestra non eccelleno se ne sono sprovvisti, ma non ce ne sono due che la esprimano con gli stessi gesti. Bernstein, che saltava entusiasta come un derviscio e finiva fradicio di sudore, aveva sulle orchestre lo stesso ascendente del gelido Pierre Monteux che, a vederlo di spalle, sembrava non muovere nemmeno un dito. Visconti, che di rado alzava la voce, con la sua autorità era venuto al mondo, ma è difficile sostenere che l'avesse ereditata dai suoi lontanissimi antenati, i trecenteschi signori di Milano, i cui titoli, estinto il ramo principale, erano passati a un collaterale per concessione di Napoleone Bonaparte. Donde gli venisse non si sa, fatto sta che la emanava. Inizialmente la sperimentò sui cavalli, quando ricorrendo anche all'ipnotismo costrinse uno scarto di Tesio quasi zoppo a vincere il Premio Città di Milano. Poi passò agli attori, che infatti paragonava spesso ai quadrupedi, affermando che bisogna saperli prendere nel modo giusto, capire quale ha bisogno della frusta, quale delle carezze, quale dello zuccherino. Lo scopo ultimo di questa sua manipolazione del prossimo non era, per fortuna, la politica, bensì il teatro, il cinema, l'opera lirica, ossia il "ludus", il gioco: del resto il gioco va fatto col massimo impegno e la perfetta serietà. Sul gioco del teatro Visconti non scherzava affatto, esigeva la perfezione in tutto e da tutti. Se il genio consiste in una cura infinita dei particolari, Visconti lo possedeva. In ogni caso, sapeva sempre esattamente quello che voleva, persino la tonalità di un fischio di treno lontano, e non era possibile accontentarlo con un surrogato approssimativo. Lo si è definito un grande dilettante, in realtà era un profondo conoscitore di tutto quello di cui occupava. Per le scenografie sceglieva sempre e infallibilmente i tessuti più cari: i suoi finanziatori provarono qualche volta a scambiare i cartellini dei prezzi sui campionari, ma lui non abboccò mai. Anche i suoi collaboratori erano sempre tutti di altissimo livello, dall'aiuto al costumista al datore di luci; con lui però funzionavano ancora meglio che con chiunque altro. La sua autorità allargava il potenziale delle persone: se Visconti ti diceva di fare qualcosa che non ti eri mai sognato, obbedivi senza discutere, lui ovviamente ne sapeva più di te. Non dico che ci cogliesse proprio sempre. Una volta mi trovai con lui in visita alla villa che Marcello Mastroianni si era appena comprato in Lucchesia. Visconti (io veramente lo chiamavo Luchino, anche se gli davo del lei) approvava, suggeriva interventi e modifiche. A un certo punto si fermò davanti a due grandi cespugli ornamentali."Ma questi vanno potati!" disse "Datemi le forbici". Arrivarono dei forbicioni da giardiniere. Lui si mise a sforbiciare, ma si stancò quasi subito. Allora passò le forbici a me. "Continua tu" mi ordinò. Io ero un ragazzo di città e non sapevo distinguere una peonia da un carciofo. Aprii la bocca per obiettare, ma subito la richiusi e mi misi a sforbiciare, ligio. Quel cespuglio, che negli anni ho rivisto, non si è ripreso mai più. L'autorevolezza, talvolta l'imperiosità di Visconti mascheravano il fatto che in fondo era timido. Se qualcuno gli teneva testa poteva diventare violento, ma chi non avendo paura di lui riusciva a scherzarci e sdrammatizzare - succedeva di rado, ma succedeva - lo smontava. Ricordo un episodio poco prima della proiezione alla stampa di 'Le notti bianche'. Era il ritorno di Visconti a Venezia dopo lo scandalo di 'Senso', che anni prima era stato clamorosamente escluso dai premi per interventi politici, e il nuovo film era al centro delle attese. Visconti aveva appena controllato una copia campione ed era rimasto scontento di un particolare. Il momento clou del film è l'arrivo dello sconosciuto che la protagonista, di cui il solitario Mastroianni si innamora, aspetta tutte le notti. Lo sconosciuto era Jean Marais, che vedendo Maria Schell da lontano le diceva (con la voce di Giorgio Albertazzi) "Sei tu, Natalia?". Ora, Visconti trovava che quella battuta era anticlimax. Era venuta male; suonava fredda, sembrava che i due si fossero lasciati un minuto prima: era assurda. Rovinava tutto il film. I giornalisti non la dovevano sentire, bisognava cambiare, ridoppiare, fare qualcosa. Si creò, come succede in queste situazioni, una tragedia. Il produttore Franco Cristaldi tentò debolmente di dire che in tre ore, lì al Lido, non si poteva fare niente. Visconti chiese che almeno la battuta fosse tolta dalla colonna sonora: impossibile. E interrompere il sonoro per un momento? Chi è il proiezionista? Chiamatelo! Volavano i suggerimenti mentre Visconti sempre più convinto della necessità di neutralizzare la goffa battuta minacciava torvo addirittura di ritirare il film per non esporlo al ludibrio. Risolse tutto Ruggero Mastroianni, fratello di Marcello, grande montatore e romano pigro e sornione. Durante un momento in cui tutti sfiniti tacevano intervenne dicendo: "Conte, se vuole mi affaccio e dico: sono stato io". Luchino rise e si rassegnò. L'aneddoto spiega anche un po' la sua incrollabile predilizione, del resto ricambiata, per mia madre: mia madre sapeva come prenderlo, sapeva scherzare con lui, magari disorientandolo momentaneamente un tantino. Non sono sicuro per esempio che Luchino apprezzasse il fatto che mia madre battezzasse Modrone il gattino che lui ci regalò quando eravamo bambini (del tutto indifferente al fatto che mio padre detestasse gli animali: aveva deciso che il posto giusto per quel gatto era casa nostra, quale infatti risultò). Esigentissimo con tutti, Visconti lo fu con se stesso quando fu colpito da un ictus che lo lasciò con un braccio e una gamba semiparalizzati. In qualche modo, si rifiutò di ammettere quello che era successo - non lo aveva ordinato lui, quindi non esisteva. In segreto si curò caparbiamente, obbedì ai medici e si sottomise a spossanti esercizi di rieducazione, ma davanti agli altri continuò a lavorare come se niente fosse stato. Essendo la sua una attività comportante la messa in moto di grosse macchine organizzative, faticò a convincere chi doveva affidargliele; ma al solito ci riuscì. Pur di dimostrare di esserci, accettò che il produttore del film 'Gruppo di famiglia in un interno' fosse un uomo di destra in cerca di rispettabilità culturale come Edilio Rusconi (a chi glielo rimproverava disse, sacrosantemente, che i capitali non sono di sinistra); e insomma, si rimise all'opera, e alla maniera sua. Nemmeno per un secondo accettò di fare l'invalido. Con grandi traffici gli fu fatta venire dalla Svizzera l'ultima invenzione, una carrozzina elettrica che camminava da sé, ma lui ci si sedette una volta sola: doveva usare le sue gambe. A me e a mia moglie disse: "non mi avete mai invitato a casa vostra", e quando seppe che abitavamo un quarto piano senza ascensore il complimento diventò un ordine. Lo invitammo, e arrivò molto affaticato ma, al solito, del tutto padrone di sè, appoggiandosi a un bellissimo infermiere biondo, mangiò, bevve e fu cordiale con gli altri ospiti, un po' intimiditi. All'epoca viveva in un piccolo appartamento sulla collina Fleming, sempre pieno di fiori, continuando nel frattempo a arredare una grandiosa villa sui colli laziali dove sapeva benissimo che non si sarebbe mai trasferito. Da quell'appartamento il 17 marzo 1976, venticinque anni fa, se ne andò, avendo deciso di farlo, o questa fu la sensazione che diede. Aveva realizzato la 'Manon' di Puccini a Spoleto, un capolavoro di regia d'opera degno della sua leggiadra 'Traviata' alla Scala del '55 (io l'ho vista, mi ci portò mio padre una sera, il pomeriggio eravamo stati a San Siro per un Italia-Brasile 3-0, due gol di Virgili. In camerino la Callas ci disse civettando, con incantevole accento veronese e mirabile padronanza delle espressioni idiomatiche: "siete venuti fino a Milano solo per me? Non ci credo. Chissà quale altro uccello avete preso con questa fava!"). Aveva appena finito di girare un altro film, 'L'Innocente'. Poteva anche voltare pagina. Quando seppi che non c'era più piansi - gli volevo molto bene, e poi ero ancora giovane e ignoravo che ci sono persone che non muoiono. Luchino naturalmente la sapeva più lunga. Una volta un maldestro inserviente dell'Opera di Roma non lo riconobbe, e tentò di impedirgli di entrare dall'ingresso degli artisti. Il Conte lo trattò malissimo, l'altro si irrigidì. Quando l'equivoco fu chiarito, l'inserviente, che voleva avere l'ultima parola, gli disse: "si calmi, si calmi. E si ricordi che tutti dobbiamo morire". "Lei, forse" rispose Visconti "io no".

Masolino D'Amico


[Pubblicato su "La Stampa" del 20 marzo 2001 con il titolo 'Personaggi del '900. Un leader nato, un professionista impossibile da imbrogliare e un mago che si considerava immortale. Visconti, l'uomo che ipnotizzava i cavalli'].

[www.lastampa.it]

Une partie à Zaro

[Dall'Introduzione al catalogo della mostra 'Gli anni verdi. Luchino Visconti a Ischia'].

Se i rapporti, in specie quelli vissuti intensamente, si potessero raccontare, questo catalogo avrebbe dovuto intitolarsi "Visconti e Ischia. Storia di un rapporto." Ma i rapporti, quelli autentici, sfuggono alle leggi della narrazione e, nel loro farsi e disfarsi, tracciano percorsi segreti, indicibili, il cui tessuto si sgretola se vengono sottoposti alla luce dell'indagine che tende a esplicitare, a rendere razionale e visibile quanto di lieve e impalpabile si avverte nella loro trama. Quello tra Luchino Visconti e Ischia è stato un rapporto di questo genere, nel quale l'isola col fascino della sua natura e dell'umanità che la abitava non ha solo richiamato il grande regista, nei primi anni del dopoguerra, ad una dimensione di vita ritenuta ormai perduta, ma gli ha offerto le condizioni ideali per la sua attività creativa. E' in ciò che va individuata l'importanza che il rapporto fra Visconti e l'isola d'Ischia continua ad avere per la cultura mondiale: ciò che l'isola ha dato a Visconti, questi lo ha restituito nei termini di una eredità artistica e materiale della quale tutti noi risultiamo beneficiari.L'obiettivo di questo catalogo, di ricordare e celebrare l'opera del regista nell'occasione dei venticinque anni dalla morte, viene tuttavia perseguito in modo da legare il ricordo della sua figura alla realtà del suo soggiorno ad Ischia, in quanto non si propone di accrescere di contributi critici né di interpretazioni originali la già ricca bibliografia viscontiana, ma di fornire, attraverso il filo dei ricordi, delle ricostruzioni e della analisi, un insieme ricco e vario di testimonianze sulla realtà, umana, geografica, storica ischitana e, allo stesso tempo, sulla vita che Visconti vi conduceva, negli anni che videro nascere e fiorire il rapporto tra il Maestro e l'isola. Sono, così, raccolti e messi a confronto contributi di diversa natura, da quelli che, scavando nella memoria dei testimoni, portano alla luce gli aspetti privati, anche tra i meno noti, della biografia di Visconti, a quelli che illustrano le sue apparizioni pubbliche, i suoi rapporti con gli amici ischitani e i collaboratori, il procedere del suo stesso lavoro, fino a quelli che, ripercorrendo e analizzando la storia, le vicende urbanistiche ed economiche dell'isola, tracciano un quadro d'insieme della sua realtà ai tempi in cui il regista vi soggiornò e, allo stesso tempo, propongono un discorso nel quale successi, errori, potenzialità mancate sembrano infine trovare coerenza interpretativa. Ad integrazione di questi contributi si pone la bella mostra fotografica dell'Istituto Gramsci di Roma sulla vita e l'attività di Visconti, un'ampia rassegna che documenta i vari aspetti di un lavoro creativo senza soste e che spesso proprio nella casa- rifugio della "Colombaia" trovava ispirazione e si realizzava. Ed è a partire dalla "Colombaia" che può ricomporsi quel rapporto con l'isola interrotto solo dalla morte. E' dalla futura destinazione della villa a luogo di formazione dei giovani e incrocio di esperienze culturali e dall'impegno di riprendere il lascito morale e artistico di Visconti che sarà reso il miglior omaggio alla sua memoria, quello di far rinascere nell'isola, tra i "suoi" luoghi, lo spirito della bellezza e della verità. Se questo compito, del quale il presente catalogo vuol essere piccola parte, sarà assolto, allora il Maestro sarà ritornato per sempre ad Ischia.

Arturo Martorelli

8.2.95

Ignazio Gardella ricorda Luchino Visconti


L'architetto Ignazio Gardella (1905 - 1999) è stato compagno di scuola di Luchino Visconti, negli anni '20, al Liceo Berchet di Milano. Nel 1995 Antonio Monestiroli lo ha intervistato mentre lavorava al volume 'L'architettura secondo Gardella', Laterza, 1997. Durante il primo incontro dell'8 febbraio 1995 gli chiede...

Che liceo hai fatto?

Il liceo classico Berchet, a Milano. Ero compagno di scuola di Visconti e ci frequentavamo molto, anche se non ero in classe con lui perché aveva un anno di meno. Avevamo anche organizzato una recita, con un testo che aveva scritto Luchino, in cui dovevano recitare Wanda Toscanini e Luisa Villa. Visconti aveva già la passione per la regia, aveva organizzato tutto e noi dovevamo recitare. Poi non l'abbiamo fatto perché mio nonno e sua nonna sono morti a distanza di pochi giorni.

Così per poco non sei stato uno degli attori di Visconti.

Ha deciso il destino. Al liceo seguivo le correnti dell'architettura e della pittura moderna. Allora come sai il Movimento Moderno tendeva un po' a demonizzare la storia e a privilegiare la tecnica. Poi c'era questa forte pressione di mio padre, ed io ero un po' ribelle, fatto sta che, con grande dispiacere di mio padre, mi sono iscritto ad Ingegneria Civile. Finita la scuola d'Ingegneria mi sono iscritto subito ad Architettura, qui a Milano. Ho frequentato due anni, ero in contatto con Franco Albini, con Giovanni Romano, forse avevo già fatto il progetto per la Torre di Piazza del Duomo. Comunque alla scuola di Milano c'erano Gaetano Moretti, Piero Portaluppi, ed io non ero ben visto. Allora ho smesso. Ho preso la laurea in architettura a Venezía, dopo la guerra, quando la scuola era già diretta da Giuseppe Samonà.

Tu hai fatto il liceo negli anni Venti, nei primi anni del fascismo in Italia. Cosa ti ricordi di quel periodo, di cosa parlavi con Visconti: di arte, di politica?

Di politica poco. Certo non avevamo contatti col fascismo. Parlavamo di musica con la Toscanini, di pittura con Alberto Gnecchi che dipingeva e poi di letteratura e soprattutto di teatro con Luchino. Di architettura parlavo con Albini che aveva la mia età. Frequentavo Albini anche al di fuori della scuola. Più tardi siamo diventati molto amici...


[www.laterza.it]

[http://www.liceoberchet.it/]

[http://it.wikipedia.org/wiki/Ignazio_Gardella]

11.1.85

Gardella e il 'sentimento' dell'architettura.

Una testimonianza di Aldo Rossi tratta dal volume 'L'architettura di Ignazio Gardella'.

Altri esamineranno criticamente, in questo libro, l'architettura di Ignazio Gardella; ma certo la testimonianza si perde nell'aneddoto se non è verificata dall'opera o a questa non si riferisce. Il mio riferimento sarà personale come personale è il mio rapporto con Ignazio Gardella, con la sua opera e con i suoi luoghi; un'opera che conosco bene, credo, anche se, nel corso del tempo, non abbiamo mai parlato troppo del nostro lavoro. Intendo per "troppo" quella sorta di verbosità che induce spesso gli artisti minori, o meglio i mediocri, a parlare diffusamente di ciò che fanno e in genere del proprio lavoro. Qualsiasi tecnica, una volta posseduta, richiede sempre delle decisioni personali che difficilmente possono essere discusse; ed è difficile per noi stessi penetrare in ciò che è proprio di queste decisioni. Spesso parliamo per metafore, per discorsi paralleli, di ciò che stiamo facendo; e così è sempre stato anche e con Ignazio Gardella. Nonostante questo cercherò di parlare di alcune "decisioni" che riguardano la sua architettura; come parte di un discorso con lui o come parte del suo insegnamento. O forse, nel male e nel bene, anche per quello che attribuisco a lui delle mie scelte. Dirò subito che la sistemazione critica di Ignazio Gardella all'interno del "razionalismo lombardo", che esista o meno, non dice proprio nulla per un artista che è difficile identificare in qualche gruppo per tutto il corso della sua vita; e lo stesso dicasi per la sua opera. In questo razionalismo "lombardo" è compresa anche una vena di neoclassicismo (che anche questo dovrebbe essere lombardo anche se è direttamente genovese come egli stesso sempre sottolinea). Neoclassicismo che gli è sempre stato, per così dire, "perdonato" per via di una sua presunta gracilità. Si stabilisce così una "continuità" che la stessa Casa alle Zattere non mette in crisi in quanto viene riassorbita nel "virtuosismo stilistico".

Non continuerò con la mia opposizione a questo tipo di critica ma è certo che essa ha dato un'immagine distorta dei valori profondi dell'architettura di Ignazio Gardella. Si veda l'importanza attribuita al particolare costruttivo proprio in un architetto che nei corso della sua opera (fino al grande Teatro genovese, come del resto aveva fatto nel Teatro di Vicenza) ha sempre privilegiato l'immagine. (Lo stesso equivoco esiste per l'opera di Mario Ridolfi dove il disegno dei particolari è chiaramente ossessione ed esplorazione di un mondo di forme non più riconoscibili nell'insieme). Togliendo Ignazio Gardella da tanti luoghi comuni, privilegio concesso comunque al "testimone", bisogna vedere nelle sue opere un "sentimento" dell'architettura che si sviluppa in modo prepotente. Per capire cosa sia questo "sentimento" possiamo avanzare un confronto, che giustamente è caro a Gardella, con Luchino Visconti. Non è certo un riferimento di maniera alla cultura lombarda ma proprio un confronto di tempi, di situazioni e di carattere. Per quanto valga il confronto tra cinema e architettura, che comunque voglio qui portare avanti, vi è fondamentalmente in questi due artisti la propensione ad abbandonare ciò che sarebbe loro più congeniale per dare alla loro opera un fondamento generale e proprio in questa propensione, a volte velleitaria a volte positiva, finiscono per essere sempre sé stessi. Ma questo essere sempre sé stessi coincide con un progresso imprevisto dell'opera. Ho sempre pensato, e presupposto, che Luchino Visconti doveva vivere un interesse enorme per i films di Lattuada (indipendentemente dal giudizio che poteva darne e che non conosco): perché Lattuada attraverso una cronaca deformata, morbosamente e insistentemente deformata, offriva quello che Visconti poteva fare meglio e non voleva fare. (Penso, incidentalmente che sia stata una scoperta di questo tipo a rendere tanto interessanti i primi films di Antonioni). Visconti ci ha insegnato che solo un obiettivo più grande, più generalmente impegnato con la cultura del suo tempo, poteva elevare il cinema, non solo il suo, e ritrovare un'autentica descrizione della realtà. L'obiettivo ambizioso di "Senso", il carattere nazional-popolare di una nuova cultura italiana (che pur si frammenta anch'esso nella morbosità di un piccolo ambiente aristocratico-borghese) libera l'artista dai suoi stessi affetti. E Gardella? Ignazio Gardella realizzerà tutto questo nella Casa alle Zattere a Venezia. Pochi sono i monumenti dell'architettura moderna; pochi soprattutto quelli che hanno un significato che va oltre la loro qualità tecnica. L'Italia del dopoguerra, pur nella generale distruzione o nell'accanimento della ricostruzione, ne vede sorgere alcuni. Certamente due a Milano: il Monte Stella di Piero Bottoni e la Torre Velasca dei BBPR. Piero Bottoni è un artista insolito e mal conosciuto; non ha paura di costruire edifici che sono sgraditi alla critica e al pubblico, non ha paura di mischiare programmi e architettura come alla Triennale, rappresenta la parte più coraggiosa del Movimento Moderno in Italia. E proprio attraverso questi difetti e virtù trasforma un programma in una grande architettura: il Monte Stella. Anche i BBPR, e con loro il genio di Ernesto N. Rogers, arrivano per vie diverse alla grande opera, la Torre Velasca. Ed essa sorge e lasciando dietro di sé ogni mediocre finezza dell'architettura ed essa stessa non si cura dei propri dettagli sicura aver trovato la strada della grande architettura. Insieme a queste a lettura comune, si pone la Casa alle Zattere. Ignazio Gardella, ancor prima di affrontare quest'opera, poteva vivere tranquillamente della sua gloria giovanile: alcune sue opere erano monumenti consacrati mentre il nuovo spirito dei tempi era da lui colto in equilibrati arredamenti e in oggetti, oggetti ricchi di materiale e di ricordi. Il mondo degli architetti lombardi (o più semplicemente e restrittivamente milanese) gli è relativamente estraneo. Direi che da un lato vi è il professionalismo attento di Albini, dall'altro il disincanto di Caccia Dominioni; due architetti altamente rappresentativi nella loro differenza. Tra questi, Gardella sembra possedere le virtù di entrambi ma non compiere una scelta; indubbiamente una scelta tra queste due strade sarebbe stata una limitazione. E vi sono tempi in cui l'artista avverte che la limitazione non è sicurezza, approfondimento; ma si tramuta in una perdita.

Adesso, riprendendo il discorso parallelo al cinema, vorrei tornare a quanto ho detto della relazione Visconti e Lattuada. Sto pensando agli interni, o meglio all'architettura di Luigi Vietti che se non sbaglio ha circa gli anni di Gardella. Intanto sarebbe interessante studiare insieme Lattuada e Vietti e un certo loro mondo che si svolge tra le case di vacanza (Versilia, Brianza, Cortina); anzi una casa di vacanza di Luigi Vietti è lo sfondo di un famoso film di Antonioni. (Anche questo mondo non è estraneo all'esperienza di Gardella; si pensi ad Arenzano). Mi sembra che attraverso tutte queste osservazioni il richiamo a Vietti emerga chiaramente ed emerga anche il mio interesse per questo architetto; perché, oltre ad essere bravo, ha saputo dare un'immagine incontestabile alla borghesia lombarda, o italiana. Credo che pochissimi architetti abbiano raggiunto questo in Europa e in America. E anche questo poteva essere una tentazione (o forse lo è stata) di Ignazio Gardella. Ma mi rendo conto che mi allontano dalla testimonianza per inventare una storia dell'architettura lombarda, o italiana. Eppure questa storia si potrebbe fare proprio nell'incrocio delle opere e delle scelte; e solo ad iniziarla si affolla di motivi, di cose, di uomini che è difficile seguire. Eppure ogni testimonianza, anche la più burocratica, è sempre una ricostruzione se non una costruzione del fatto. Comunque parlando della Casa alle Zattere ho anticipato la fine, o la fine di un capitolo, di questa storia. Con il progetto veneziano Ignazio Gardella entra nella scena della nuova architettura. O meglio di un momento di profondo rinnovamento dell'architettura. Assieme alle altre opere che ho citato, assieme al progetto per Philadelphia di Louis Kahn, entra nelle scuole d'architettura e interrompe il grigiore dell'architettura modernista. i giovani cominciano a rifiutare gli accademici della parete vetrata e cercano i loro maestri.

Ignazio Gardella diventa l'architetto della scuola veneziana, come Giuseppe Samonà ne sarà per sempre il direttore. Alla loro scuola si formano direttamente tanti architetti e soprattutto si forma la scuola di Venezia, in cui Gardella ha insegnato e insegna. La scelta, seppur difficile, è compiuta. E si manifesta anche nel bellissimo Teatro di Vicenza, che speriamo ancora di vedere costruito. E ancora l'ultima opera, il felicissimo Teatro Carlo Felice di Genova che ha assorbito completamente per tanto tempo i suoi interessi e il suo amore per l'architettura. Certo, il suo amore per l'architettura e la sua ostinazione a comprenderla nei suoi molteplici significati, rifiutano ogni soluzione accademica. Questa è certamente la testimonianza più sicura e sgombra da ogni costruzione letteraria. Esattamente come la mia amicizia per lui.

Aldo Rossi

'L'architettura di Ignazio Gardella', a cura di Marco Porta, Etas Libri, Milano, 1985.

[www.rcslibri.it]